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 Crescere, un gioco da ragazzi

 

Il conflitto fra le generazioni

 

Le nuove generazioni sono attratte dalla modernità. Gli adolescenti sono curiosi, vivaci, interessati alle novità che intercettano. Molto spesso, nelle relazioni familiari, intavolano discussioni con le generazioni precedenti; gli adulti (e ancor più gli anziani) tendono ad apprezzare il già noto, il tradizionale.

 

Fin qui, nulla di strano, mi direte.

 

Certo. Ma com’è che si diventa adulti, psicologicamente? Si rinuncia alla spinta verso il nuovo?

 

 

 

Settembre, si torna a scuola

 

E’ il 1 ottobre 1965. E’ mattina presto.

 

Ci troviamo a Battaglia, in provincia di Padova. Un ragazzo di 13 anni si sveglia, anche se quella mattina vorrebbe rintanarsi nel proprio letto: è il primo giorno di scuola, e lui non ha nessuna voglia di andarci.

 

Un po’ perché deve vestirsi elegante e mettersi le scarpe. Un po’ perché sa che li dovrà dire (e soprattutto scrivere) il latte e non la latte, il Brenta e non la Brenta, la bici e non la bicia.

 

E un po’ perché la scorsa estate l’ha trascorsa in compagnia del padre e del nonno Caronte, patròn della Teresina, l’imbarcazione a vela con la chiglia piatta con cui si guadagnano da vivere, trasportando merci sui canali navigabili.

 

Una strana geografia, quella di cui il ragazzo ha fatto esperienza, in cui un odore o un certo vento fanno capire che si sta giungendo nei pressi di un paese. E diversi ritmi, legati alle condizioni climatiche. Un mondo diverso, che fatica a confrontarsi con quello scolastico.

 

Il trasporto di merci sui burci, in quegli anni, si sta trasformando: alcuni patròn stanno mettendo il motore alle loro imbarcazioni, per assicurare consegne più rapide. Il nonno Caronte, però, non ne vuole sapere. Rifiuta la modernità, forse perché teme di perdere la sua identità, di non essere più sé stesso se le cose cambiano.

 

E’ l’inizio di un bel romanzo, uscito in questi giorni in libreria: Se l’acqua ride di Paolo Malaguti.

 

 

 

Tornare a scuola ai tempi della pandemia

 

 

 

Leggere Se l’acqua ride mi ha fatto pensare che, quest’anno, il rientro a scuola dei ragazzi sarà molto particolare.

 

E non solo per le necessarie misure di prevenzione sanitaria.

 

I ragazzi non frequentano l’ambiente scolastico da molto tempo. Come hanno vissuto, che cosa hanno fatto in questi lunghi mesi? Con chi sono stati?

 

Alcuni di loro avranno trascorso molto più tempo con i loro familiari. Altri saranno stati più soli, o impegnati in attività diverse da quelle scolastiche. Nell’accordo o nel conflitto, nella difficoltà o nel positivo coinvolgimento, questa esperienza di vita è stata lunga, molto più lunga del solito.

 

La scuola è molto cambiata, sicuramente la qualità dell’insegnamento è ora molto diversa rispetto al 1965.

 

Leggere questo romanzo, però, aiuta a ricordare quanto la scuola rischi di “mettersi di traverso” fra i ragazzi e le famiglie, perché richiede un linguaggio scritto e parlato diverso da quello familiare.

 

L’insegnante di italiano di Gambeto (è questo il soprannome del ragazzo che il nonno gli ha assegnato), rivolgendosi ad una classe di figli e nipoti di barcari, definisce residuale il trasporto di merci su imbarcazioni a vela.  A volte, le parole fanno arrabbiare e feriscono come lame di coltelli.

 

Vi ricordate l’irritazione di Renzo nei Promessi Sposi verso il “latinorum”? L’uso di parole non molto comprensibili, un atteggiamento giudicante e svalutativo verso l’esperienza che i ragazzi fanno con le loro famiglie contribuisce a disorientarli, a farli sentire inadeguati.

 

Finiti gli esami di terza media, il severo insegnante distribuisce a ciascun ragazzo un libro di lettura. A Gambeto assegna “Ventimila leghe sotto i mari”. Un bel libro, per un ragazzo che sta per partire come mariner sulla Teresina del nonno. Perché, però, l’insegnante ha aspettato il momento in cui lo saluta (e dopo il quale probabilmente non lo rivedrà più) per valorizzare il ragazzo, per comunicare che ha capito quali sono le sue passioni e i suoi interessi, per stimolarlo ad approfondire?

 

Gli insegnanti di oggi lo sanno, è importante entrare in relazione in relazione con i ragazzi per poter loro trasmettere contenuti. Partire da ciò che li incuriosisce, ciò di cui hanno esperienza, quello che quotidianamente vivono nelle famiglie e nel loro contesto sociale.

 

 

 

La crescita psicologica

 

Si cresce psicologicamente, si diventa adulti integrando il vecchio nel nuovo.

 

Si esce dall’adolescenza quando si riesce a superare il conflitto fra generazioni, quando si fa pace con l’idea che i nostri genitori potevano essere diversi, migliori. E li accettiamo per quello che sono.

 

E’ un processo lungo e complesso, e l’esito non è scontato.

 

In questo percorso la scuola ha, secondo me, un ruolo molto importante. Ha la possibilità di seguire i ragazzi quotidianamente, e di favorire la loro crescita psicologica. Lo può fare se, appunto, non alimenta il conflitto fra generazioni e cerca di ascoltare, valorizzare e conoscere quello che i ragazzi vivono all’esterno della scuola.

 

Quest’anno la scuola avrà un’opportunità in più: il periodo che gli studenti hanno trascorso con i familiari e nel loro contesto sociale è stata molto più lungo del solito. Per gli inseganti ci possono essere maggiori spunti e occasioni per riprendere quanto sperimentato nei mesi trascorsi, mantenendo un atteggiamento non giudicante verso le esperienze.

 

 

 

 

 

 

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