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Una poesia… motivazionale!

Una poesia… motivazionale!

 

 

Una poesia… motivazionale!

 

Un nuovo anno, un nuovo inizio

L’inizio di ogni anno è spesso il periodo in cui, dopo una fine dell’anno frenetica e un più o meno lungo momento di pausa, si pensa a quello che si desidera per il nuovo anno. In senso lavorativo, ma anche in senso personale.

Il profumo degli inizi può solleticare, far venire voglia di voltare pagina, di provare strade nuove… Può anche capitare, però, di trovarsi senza energie e soprattutto di non riuscire a trovare una motivazione (nuova o antica) per dare benzina alle gambe e alla testa.

Può prevalere, allora, un senso di noia, di apatia. Il desiderio di non fare nulla.

 

Come si riparte?

Quando ripenso a questi stati, che tutti noi (chi più, chi meno) attraversiamo, mi torna in mente una poesia.

E’ una poesia molto nota: ITACA, di Constantinos Kavafis.

Itaca è l’isola natia (ricordate?), a cui Ulisse ritorna dopo la guerra di Troia e dopo un lungo, lunghissimo viaggio: circa vent’anni, narrati da Omero nell’Odissea.

Kavafis, però,non vuole parlare di questo.

Vuole parlare del viaggio, ma non di un viaggio di ritorno.

 

Ripartire significa anche riattivare le paure

Itaca viene utilizzata come la meta, l’obiettivo di una partenza. Come tutte le partenze, il viaggio verso l’isola può portare preoccupazioni, ansia, paura. L’ignoto spaventa.

E qui, il poeta racconta una prima, grande verità: ad avere paura (di incominciare, di muoverci) ci facciamo del male da soli. Spesso siamo i peggiori nemici di noi stessi: perché possiamo evitare i cattivi incontri durante il percorso, ma se ce li portiamo dietro rischiamo di non avere scampo.

Quindi, suggerisce Kavafis, disponiamoci al viaggio con fiducia, perché così eviteremo i cattivi incontri. Sembra paradossale, no?

 

Godersi il percorso

“Itaca” prosegue con una riflessione: durante il viaggio, impara: parla con le persone sapienti. E non solo: fai acquisti, divaga nel bello di ciò che il viaggio ti offre. Assapora profumi. Non avere fretta, augurati che il viaggio sia lungo. Ma, sempre, tieni a mente la tua meta. Divaga, ma riparti sempre.

Un altro paradosso, che ci conduce verso la conclusione della lirica.

Nei versi finali, il poeta “spiega” il suo pensiero, il suo messaggio.

 

Non si parte senza meta, ma…

E’importante avere una meta, degli obiettivi. Perché ciò ci motiva al viaggio. Senza meta, non partiamo, non andiamo da nessuna parte. Senza motivazione sopravviviamo, ma non viviamo in pienezza. Quindi avere obiettivi è importante, ma lo è altrettanto godersi il percorso. Crescere, maturare, evolversi. Perché nell’arrivare alla meta, potremmo trovarla diversa da come ce la aspettavamo. Se abbiamo goduto appieno del viaggio, però, ci saremo arricchiti nel percorso.

Penso spesso a questa poesia anche come metafora dell’esistenza, come ad un monito per vivere appieno la nostra vita: disponiamoci verso il futuro con fiducia, tenendo a bada la paura. E non pensiamo semplicemente all’obiettivo, al progetto, alla meta. Se ci godiamo il percorso, non perdiamo mai.

Godetevi questa poesia!

 

Itaca di Constantinos Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca 
devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri 
se il pensiero resta alto e un sentimento 
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
né nell’irato Nettuno incapperai 
se non li porti dentro 
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d’estate siano tanti 
quando nei porti – finalmente e con che gioia – 
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista 
madreperle coralli ebano e ambre 
tutta merce fina, anche profumi 
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie 
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

 

 

 

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Foto di Nina Uhlíková da Pexels

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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“ Mi dicono che quando si è rinchiusi al buio disogna dimenticare tutto, altrimenti si soffre troppo; ma io, qui, mi sono abituato a vedere il mare, la luce. Mi basta il rumore delle onde, sento tutto e vedo molto, immagino anche quello che non esiste. “

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Gruppo di lettura: leggere insieme

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Gruppo di lettura: leggere insieme

 

Avete mai provato l’esperienza di un gruppo di lettura? È un viaggio insieme che trasforma l’arte del leggere e insieme si co-costruiscono storie, trame e personaggi.

 

In questi giorni, sto leggendo uno strano libro. Non è un romanzo. Non è un saggio. Contiene molte immagini, ma non è un libro fotografico o un libro d’arte.

 

Lo definirei un testo esperienziale.

 

Dalla conversazione per immagini al gruppo di lettura

 

Pensando al volume che sto leggendo – Che cosa vediamo quando leggiamo di Peter Mendelsund – rifletto sull’esperienza del gruppo di lettura

 

L’autore è un designer newyorkese, direttore creativo, autore di centinaia di copertine di libri. Una figura quasi leggendaria nel mondo dell’editoria. Ha scritto (disegnato?) questo libro nel 2014, che solo ultimamente è stato tradotto in italiano e pubblicato dall’Editore Corraini.

 

Se seguiamo la sua “conversazione per immagini” ci addentriamo nell’esperienza della lettura, sperimentiamo (e riflettiamo) ciò che accade nella nostra psiche quando prendiamo in mano un libro: una narrazione di personaggi, luoghi, avvenimenti, situazioni.

 

Questo è un testo in cui non si legge “fra le righe”, ma si legge “fra le figure”. Facendone scorrere le pagine, si viene sollecitati a pensare al tema. 

 

Mendelsund racconta (ci fa vedere?) che le descrizioni dei personaggi sono molto spesso imprecise e imperfette, ambigue.

 

“Consapevolmente o meno, la maggior parte degli autori descrive i propri personaggi più dal punto di vista comportamentale che da quello fisico. Anche nel caso in cui un autore sia particolarmente bravo nelle descrizioni fisiche, a noi non resta che un insieme confuso di singole parti del corpo e dettagli casuali.”

 

Mendelsund si concentra sul noto personaggio di Anna Karenina di Tolstoj, cerca la descrizione dell’autore.

 

“Nel caso di Anna, i suoi capelli e il suo peso sono solo sfaccettature, che non compongono l’immagine reale della persona. Rendono una corporatura, un colore di capelli… Che aspetto ha Anna Karenina? Non lo sappiamo: le immagini dei personaggi che abbozziamo mentalmente sono peggio degli identikit della polizia.”

 

Un nuovo gruppo di lettura on line

 

Riflettendo su questi argomenti, ho ripensato all’esperienza del gruppo di lettura, che ho avviato ad ottobre 2019 e che è proseguito, a cadenza mensile, fino ad ora. 

 

Credo che molti di voi ne conoscano lo schema: un gruppo di persone, appassionate alla lettura, si accordano per leggere in contemporanea uno o più libri in un tempo definito. Nell’incontro successivo, ci si confronta sulle proprie letture, e si concordano quelle successive.

 

Nel nostro caso, il gruppo è nato presso una libreria. Fino a febbraio 2020 ci si è riuniti in presenza, poi tutto si è trasferito online. Ad ogni incontro, sono stati proposti tre libri (due testi di catalogo, uno uscito recentemente), lasciando a ciascuno la possibilità di scelta sul libro (o sui libri) da leggere nel mese.

 

Cosa ho imparato dal gruppo di lettura

 

Leggendo (e sfogliando) Mendelsund, ho ripensato al fatto che ciascuno di noi, leggendo, partecipa all’edificazione delle immagini dei personaggi, dei luoghi e delle situazioni. L’autore le abbozza, le tratteggia, a volte ne disegna i perimetri. Il lettore co-costruisce, mettendoci del suo. Nascono così nella psiche di ciascuno immagini nuove, frutto della sollecitazione della lettura e della partecipazione attiva di chi legge. 

Mettere a confronto le letture significa questo: condividere le immagini psichiche nate per ciascuno dalla propria esperienza individuale nella lettura. Lettori diversi di uno stesso libro ne hanno ricavato immagini diverse.

 

In alcuni dei nostri incontri di gruppo, è stato curioso notare non solo quanto i pareri su un libro potessero essere divergenti o quanto un modo di scrivere fosse più o meno gradito, ma anche come differissero le immagini dei luoghi e dei personaggi dei testi. Perché ciascuno di noi – individualmente – se ne era costruito delle proprie.

 

Se c’è fiducia, rispetto e tolleranza, il gruppo di lettura è un’esperienza preziosa, che può arricchire molto i partecipanti. Io sono molto grata a tutti per l’esperienza.

 

Ora il gruppo di lettura si prende una pausa, così come farò io con gli articoli del blog.

 

Un regalo per voi 

 

Prima di salutarvi e di darvi appuntamento all’autunno, però, ho in serbo per voi una piccola sorpresa. 

 

Per tutti gli iscritti al blog, sarà disponibile un pdf che potrete scaricare gratuitamente.

 

Si tratta di una guida alla costruzione di un personaggio. Se ne avrete voglia, in questo periodo estivo, potrete seguirla per provare a “generare” una figura immaginaria, creata da voi, che vi accompagnerà nelle vostre giornate. E poi da lì, magari, vi verrà voglia di raccontarne la storia nel nostro prossimo incontro del gruppo di lettura.

 

Che cosa nascerà? Sono molto curiosa!!

 

Buona estate a tutti. Quest’anno ce la siamo proprio meritata.

Roberta

 

 

 

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La narrativa psicologica come strumento di approfondimento

La narrativa psicologica come strumento di approfondimento

 

La narrativa psicologica come strumento di approfondimento

 

Tempo fa, fui contattata da un paziente nuovo.

All’epoca, mi occupavo in prevalenza di psicoterapia infantile e di consulenze per la terza età.

 

La persona che mi contattò era un adulto e aveva un problema recente che si era imposto con urgenza: inaspettatamente, aveva manifestato un attacco di panico, e mi chiedeva aiuto.

 

La ricerca: capire il paziente attraverso la narrativa psicologica

 

Dopo il primo colloquio con questa persona, ricordo di essermi fermata in studio (avevo dato al paziente l’ultimo appuntamento disponibile in quella giornata), perché avevo necessità di ripensare a quanto ci eravamo detti. 

 

Era stato un buon colloquio, il paziente era collaborativo, desideroso di essere aiutato. E mi aveva detto chiaramente che voleva fossi io ad aiutarlo: in gergo, aveva manifestato un pre-transfert positivo, requisito importante per poter avviare una psicoterapia.

 

Io, però, ero perplessa: perché, prima di allora, non avevo mai seguito un paziente adulto per un quadro caratterizzato da attacchi di panico.

 

Ricordo di avere consultato il mio manuale di psicopatologia per rinfrescarmi la memoria sulle manifestazioni cliniche e sulle indicazioni terapeutiche. Ero in dubbio: potevo seguire io quel paziente? Oppure, non essendomi mai occupata di quel genere di disturbi, avrei dovuto indirizzarlo ad una collega?

 

Il giorno dopo (era sabato) andai in libreria, e come sempre diedi un’occhiata alle ultime novità del settore narrativa.

 

E, lì, il libro mi aspettava.

 

Una copertina eloquente, e quel titolo: Panico quotidiano (di Christian Frascella, Einaudi 2013). Una veloce occhiata alla terza di copertina, e il libro diventò mio.

 

Panico quotidiano: quando il romanzo psicologico accompagna la terapia 

 

Nei giorni successivi lessi quel romanzo. 

Il protagonista è un ragazzo che fa l’operaio in una fabbrica dove si stampano lamiere. Sta facendo il turno di notte, sono le quattro del mattino e sta per andare in pausa. I gesti abituali, ripetitivi. Gli sguardi e gli ammiccamenti con i colleghi di lavoro di sempre. E poi, all’improvviso, il terrore

 

“Poi ho sentito piovermi in testa la paura. Proprio così. Dal nulla. Come se l’orrore gocciolasse sulla mia dura madre, fra i capelli. 

 

Un freddo, un brivido lunghissimo ma dentro. Non fuori, dentro, dappertutto dentro di me. Glaciale. Poi di colpo caldissimo”.

Il ragazzo si sente male, non capisce che cosa gli stia succedendo, ha paura di morire. La sua percezione della realtà esterna, in quel momento, è alterata. Oggetti e persone intorno a lui gli appaiono diversi dal solito.

 

“Ma io li vedevo e non li vedevo. Cioè: li vedevo, sapevo che c’erano, sapevo dove mi trovavo, sapevo chi stava alla prima macchina e chi alla terza. 

 

Sapere, sapevo. Ma tenerlo presente durante quell’implosione era pressoché impossibile”.

 

I colleghi intorno a lui, le prime indagini. Il desiderio di riprendersi e l’impossibilità di farlo. La seconda crisi, il trasporto in ambulanza. I primi incontri con i farmaci, con infermieri e medici.

Le reazioni della sua fidanzata Lucia, degli amici. Il desiderio di “nascondere tutto sotto il tappeto”, e di pensare che la diagnosi è sbagliata, non può essere vero, questa cosa non può capitare a lui. Perchè sta capitando a lui?

 

Dalla profondità del romanzo psicologico alla terapia

 

Il protagonista si chiama Christian. Il romanzo parte da un episodio autobiografico (Christian Frascella ha dichiarato di aver manifestato un episodio di attacco di panico nel 2001, quando ancora lavorava come operaio presso una fabbrica). È un testo molto coinvolgente, ricordo che lo terminai in pochi giorni.

 

Il venerdì successivo, quando rividi il paziente (mi ero accordata con lui per un nuovo appuntamento di valutazione) ero più orientata: non sapevo tutto sulla patologia, ma sentivo che quel testo mi aveva decisamente aiutata: sapevo come si manifesta l’attacco, quali sono le sensazioni fisiche che lo accompagnano, come cambi in quei momenti la percezione della realtà, quali siano i pensieri che lo accompagnano.

 

Quale tipo di atteggiamento medico aiuta la persona, e quale no. Quali reazioni la patologia scateni nei familiari, negli amici, nei conoscenti. Certo, queste cose potevo leggerle sul mio manuale o su altri testi scientifici che avevo consultato.

 

Ma fu leggere un racconto, una narrazione che mi fece capire come si sente una persona in queste situazioni, e che cosa potevo fare io per aiutare il mio paziente. 

 

Dopo il secondo colloquio di valutazione, fatta una serie di verifiche, comunicai al paziente che lo avrei preso in carico, ed iniziai con lui una psicoterapia. Che diede buoni risultati.

 

La narrativa psicologica, un supporto per psicologi e psicoterapeuti

 

Spesso gli psicologi e gli psicoterapeuti si trovano in situazioni simili a quella che vi ho descritto: ricevono richieste riguardo a problematiche che non hanno mai trattato, o per fasce d’età di cui non hanno esperienza. È piuttosto normale, non possiamo essere esperti in tutto. 

 

Fortunatamente, però, oltre ai corsi di formazione e di aggiornamento e alle pubblicazioni scientifiche, oltre alle supervisioni con esperti, i miei colleghi e io abbiamo un altro strumento per prepararci a lavorare in determinate aree, con certi pazienti o in presenza di determinate manifestazioni cliniche di cui non abbiamo ancora avuto esperienza.

Possiamo rivolgerci alla letteratura, alla narrativa

 

Ovviamente, senza ingannare noi stessi e i nostri pazienti: ogni giorno vengono pubblicati moltissimi libri, ma non tutte le narrative ci nutrono e fanno al caso nostro.  Perché ci possano essere utili, è necessario “scovare” quali testi siano attendibili in ciò che descrivono, autentici rispetto alla tematica di cui trattano e coerenti al loro interno: libri come “Panico quotidiano”, per la nostra categoria sono veramente preziosi.

 

Per questo ho pensato di prepararne un elenco.

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Lettura e prima infanzia

Lettura e prima infanzia

Lettura e prima infanzia

Perché praticarla, perché suggerirla 

Nei mesi scorsi, genitori e insegnanti mi hanno spesso consultata riguardo la gestione di bambini nella prima infanzia (da zero a sei anni): il periodo della pandemia, una vera “anomalia” nelle nostre vite, ha visto il crearsi di situazioni relazionali e familiari profondamente diverse dal solito

 

Nel caso di chi si è relazionato con i più piccoli, questi mesi hanno rappresentato una grossa difficoltà e un’occasione unica al tempo stesso. Nidi e scuole materne chiuse. Nonni non avvicinabili. Conoscenti e amici con figli non frequentabili. E, spesso, i genitori avevano la necessità di lavorare da casa. 

 

La vita con i bambini in un “tempo sospeso”

 

Per molti è stato difficile, soprattutto nei primi mesi. Tanta fatica, preoccupazioni, problemi pratici. Padri e madri di bambini piccoli, però, sono inclini ad essere cognitivamente adattabili, abituati alla ricerca di soluzioni nuove ai problemi (e alle continue evoluzioni) che via via si presentano con i loro figli. Ne parla, ad esempio, Katerine Ellison in The Mommy Brain (2006): il diventare genitori affina gli aspetti pratici dell’intelligenza (concretezza, praticità, flessibilità) e anche le capacità empatiche, sollecitate dalla necessità di relazionarsi quotidianamente con uno o più individui con un limitato grado di autonomia, non ancora in grado di individuare ed esprimere le proprie necessità.

 

In questi mesi, molti papà e mamme di bimbi in età prescolare si sono inventati modi diversi di trascorrere del tempo con i loro figli, trasformando – appunto – i problemi in opportunità. 

 

La lettura in età prescolare rappresenta, secondo me, un vero e proprio “asso nella manica” per il genitore. 

 

Libri e bambini: opportunità da cogliere

 

Da più di vent’anni, in Italia, sono attive le iniziative di “Nati per leggere”, nate dalla collaborazione fra medici pediatri e le reti di biblioteche: una serie di attività che vogliono favorire l’avviamento precoce alla lettura (e il rapporto positivo con i libri), motivato da ragioni di tipo cognitivo e relazionale.

 

Sono numerose le ragioni per avvicinare i bambini piccoli al mondo dei libri, in particolare (ma non solo) in questo periodo così straordinario. 

 

Leggere è un’esperienza che si può praticare con il bambino fin dalla più tenera età. Ed è un modo per stare insieme, per esercitare la vicinanza, per far sentire la presenza dell’altro anche senza la prossimità fisica. Non sappiamo ancora fino a quando perdureranno le misure di distanziamento sociale, e quindi è bene considerare che i bambini dovranno affrontare la necessità di sentirsi vicini agli altri anche se non li possono toccare, abbracciare, stringere.

 

Il genitore (o un’altra persona adulta, una sorella o un fratello) possono leggere a voce alta quando il bimbo è sveglio e tranquillo. Gli psicoanalisti e gli psicologi che più si sono occupati della prima infanzia (fra cui Daniel Stern, autore del noto testo Il mondo interpersonale del bambino) evidenziano nei bambini neonati periodi di “inattività vigile”, cioè momenti caratterizzati da quiete fisica e vigilanza, in cui sono socialmente intercettabili. Interagendo con il bambino in questi momenti si può “aprire una finestra” sul loro mondo psichico. E leggere a voce alta è uno dei modi di farlo. 

 

Libri “emozionanti”

 

Con il bambino più grande, la lettura può diventare un alleato per tranquillizzare nei momenti di agitazione. Quando i bambini iniziano a camminare, in genere fra i 12 e i 18 mesi, tendono ad esercitare la loro motricità in continuazione. Anche quando sono sfiniti, a volte non riescono a fermarsi. Una giornata con loro è lunga, servono tante energie… capita a ogni genitore di avere un momento in cui sogna un tasto per “spegnere” il proprio figlio, sempre in attività e in movimento. Suggerisco spesso ai genitori di mettersi seduti a sfogliare un libricino (adatto all’età, con immagini adeguate): in genere, ciò cattura l’attenzione del bambino, che quasi sempre si siede in braccio all’adulto per guardarlo, e a quel punto si lascia contenere dall’abbraccio di cui ha necessità per calmarsi.

 

L’umore dei bambini è spesso instabile: possono mettersi a piangere senza motivo, arrabbiarsi per un motivo banale, intestardirsi in un rifiuto. È normale fino a 5/6 anni, e questo può creare momenti di difficoltà. Spesso, ciò di cui ha bisogno il bambino in quelle situazioni è distrarsi, essere aiutato a farlo, perché non ne è ancora in grado. Anche qui la lettura può venire in aiuto, per uscire da uno stato emotivo che intrappola e può far sentire in scacco. 

Ad esempio, un bambino fra i 4 e i 6 anni, abituato alla lettura, può essere coinvolto nella scelta dei volumi che lo aiutano a stare meglio. 

 

In questo caso suggerisco ai genitori (e anche agli insegnanti) di proporre ai bambini, nei loro momenti di quiete, di individuare i testi che poi potranno supportarli nei momenti difficili: un libro per smettere di piangere, un altro per la rabbia, e così via.

 

La solitudine del genitore unico

 

Iniziando a scrivere questo articolo, ho ripensato a quanto è difficile per un genitore unico occuparsi di un bambino, in particolare nella prima infanzia. Negli ultimi mesi, per varie ragioni, alcuni adulti si sono trovati in questa situazione, e per molti di loro non deve essere stato semplice. 

 

Spesso non si pensa ad un aspetto. Una delle grosse limitazioni, quando si è soli con un bimbo piccolo, è che non si può disporre della propria… solitudine. Non c’è tempo per stare con sé stessi, per avere cura di sé, per ritrovarsi. 

 

Ritrovarsi tra le pagine

 

Mi sono rivista, diversi anni fa, alla fine di faticose giornate, in cui mi dividevo fra gli impegni di lavoro e della famiglia. In quelle sere, c’era un gesto che mi riconciliava con il mondo.

 

Poche pagine. Alle volte, poche righe. Prima di scivolare nel sonno.


Credo che la lettura sia un’opportunità preziosa, e che trasmetterla ai nostri figli sia un atto che può non solo accrescere le loro conoscenze e le loro capacità cognitive. È anche dotarli di uno strumento utile ad aiutarli a regolare il loro rapporto con sé stessi. Insegna a stare soli, a tollerare la distanza, ad avere pazienza. Ed oggi ne abbiamo tutti un gran bisogno.

 

 

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La madeleine di Proust: un viaggio fra memoria e sensorialità

 

La madeleine di Proust: un viaggio fra memoria e sensorialità

 

Ora siamo all’inizio dell’estate. La temperatura supera i trenta gradi, si sentono frinire le cicale. I vestiti aderiscono alla pelle, abbiamo bisogno di bere spesso. Ci infastidiscono i capelli sulla nuca, li raccogliamo o li accorciamo. Cambiano i sensi e le percezioni.

 

Anche solo con un piccolo esercizio di concentrazione, ci accorgiamo che queste sensazioni ci riportano a degli eventi, a episodi della nostra esistenza – anche banali – in cui abbiamo provato qualcosa di simile. 

È quel fenomeno per cui, nel cambiare della stagione, la memoria ripropone ricordi di avvenimenti passati legati a quelle condizioni climatiche (i luoghi dove siamo stati, le persone che abbiamo incontrato). Situazioni che, magari, non ricordavamo più. 

 

Proust e la riscoperta delle sensazioni

 

Mi hanno sempre incuriosito lo scrittore francese Marcel Proust e il suo monumentale scritto Alla ricerca del tempo perduto(Einaudi Editore, 2017). Non solo per l’incipit suggestivo (“Per molto tempo, mi sono coricato presto la sera”) e per le centinaia e centinaia di pagine scritte (non farò la saputella, come la maggior parte di noi non l’ho letto tutto!), ma anche per lo sforzo di Proust di riportare a mente il passato, partendo proprio da specifiche sensazioni.

 

Nel suo caso, qualcosa di dolce…

 

Una sera d’inverno, appena rincasato, mia madre accorgendosi che avevo freddo, mi propose di prendere, contro la mia abitudine, un po’ di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, mutai parere. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti, chiamati madeleine, che sembrano lo stampo della valva scanalata di una conchiglia di San Giacomo. E poco dopo, sentendomi triste per la giornata cupa e la prospettiva di un domani doloroso, portai macchinalmente alle labbra un cucchiaino del tè nel quale avevo lasciato inzuppare un pezzetto di madeleine. 

L’inizio di un viaggio emozionale 

Il brano forse più conosciuto dell’opera di Proust, è il perfetto punto di partenza per ricostruire un percorso fra memoria e sensorialità. Una giornata fredda. Pensieri cupi verso il presente e l’immediato futuro. L’offerta di una bevanda calda, un’insolita adesione alla proposta. E, poi, succede qualcosa.

Ma appena la sorsata mescolata alle briciole del pasticcino toccò il mio palato, trasalii, attento al fenomeno straordinario che si svolgeva in me. Un delizioso piacere m’aveva invaso, isolato, senza nozione di causa. 

Una improvvisa e inspiegabile (razionalmente) piacevolezza. E c’è dell’altro. Quella positiva sensazione sembra avere un effetto istantaneo sull’umore:

E subito, m’aveva reso indifferenti le vicessitudini, inoffensivi i rovesci, illusoria la brevità della vita… non mi sentivo più mediocre, contingente, mortale.

Anche noi lettori, come Proust, proviamo la curiosità di sapere cosa avesse di così speciale quel pezzo di dolce intriso di tè, per scatenare un simile effetto: cosa può avere il potere di cambiare così radicalmente e così rapidamente il sapore di una giornata?

 Da dove m’era potuta venire quella gioia violenta? Sentivo che era connessa col gusto del tè e della madeleine. Ma lo superava infinitamente, non doveva essere della stessa natura. Da dove veniva? Che senso aveva? Dove fermarla? 

Il sottile legame tra memoria e sensazione

Lo scrittore si dice che una sensazione così intensa non poteva essere legata, semplicemente, al gusto e all’olfatto. Percepisce che c’è dell’altro, ma non sa ancora che cosa. Una cosa, però, gli è evidente:

È chiaro che la verità che cerco non è in essa, ma in me. È stata lei a risvegliarla, ma non la conosce (…)

La percezione positiva, ci racconta lo scrittore, è stata generata dalla mescolanza di sostanze introdotte nella sua bocca, e gli è arrivata tramite i sensi. Il motivo per cui – immediatamente dopo – si sia sentito così bene, però, non deriva da qualcosa che è contenuto nelle sostanze introdotte, perché è di altra natura. Non deve cercare all’esterno di sé, ma in lui stesso. E così fa.

Depongo la tazza e mi volgo al mio spirito. Tocca a lui trovare la verità… retrocedo mentalmente all’istante in cui ho preso la prima cucchiaiata di tè. Ritrovo il medesimo stato, senza alcuna nuova chiarezza. Chiedo al mio spirito uno sforzo di più… ma mi accorgo della fatica del mio spirito che non riesce; allora lo obbligo a prendersi quella distrazione che gli rifiutavo, a pensare ad altro, a rimettersi in forze prima di un supremo tentativo. Poi, per la seconda volta, fatto il vuoto davanti a lui, gli rimetto innanzi il sapore ancora recente di quella prima sorsata e sento in me il trasalimento di qualcosa che si sposta, che vorrebbe salire, che si è disormeggiato da una grande profondità; non so cosa sia, ma sale, lentamente; avverto la resistenza e odo il rumore degli spazi percorsiAll’improvviso il ricordo è davanti a me. Il gusto era quello del pezzetto di madeleine che a Combray, la domenica mattina, quando andavo a darle il buongiorno in camera sua, zia Leonia mi offriva dopo averlo inzuppato nel suo infuso di tè o di tiglio.

Eccolo. Seguendo i percorsi che gli sono propri, e come riemergendo da spazi profondi, è arrivato il ricordo positivo che era stato riattivato, ed insieme a questo la consapevolezza della sensazione di benessere legata ad un piccolo, ma prezioso e dolce, gesto di accudimento

Come risvegliare le sensazioni positive?

Capita spesso durante l’infanzia: un adulto amato, in cui si ripone la fiducia, fa distrarre da un malumore e lo fa svanire. Quando eravamo bambini, gli adulti che ci hanno voluto bene hanno probabilmente usato varie strategie per farci tornare sereni: ci hanno cantato una canzoncina, ci hanno letto una storia, magari ci hanno preso in braccio o ci hanno cullato. Altre volte ci hanno offerto qualcosa da bere o da mangiare. Ma se la tristezza, la rabbia o l’inquietudine sono svanite non è per qualcosa che era contenuto in ciò che abbiamo consumato.

La lettura di questo brano di Proust ci conduce proprio lì: a cancellare le sensazioni negative sono stati il gesto, la postura, ma soprattutto l’esperienza di sentirsi contenuti in una relazione positiva. E se l’abbiamo vissuta, ne possiamo rievocare in noi il ricordo e – tutte le volte che ne abbiamo bisogno – riviverla.

 

 

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Perché scrivere? Per conoscere

Perché scrivere? Per conoscere

 

 

 

Perché scrivere? Per conoscere

 

 “Cercasi casa per un bambino di un mese: completa rinuncia (complete surrender). Contattare il box…”

 

 Potrebbe sembrare un incipit intrigante. E ci si potrebbe chiedere perché scrivere proprio queste parole.

 

Qualche volta, la realtà è ancora più spettacolare dei prodotti della fantasia

 

 Conoscere la storia e perché scrivere

 

 L’annuncio risale al 1942. 

 Inghilterra, una donna molto in difficoltà lo pubblica su un quotidiano. 

 Rose – è il nome della donna – ha partorito da un mese un bimbo, nato da una relazione extraconiugale mentre il marito è sotto le armi. Evidentemente, per la situazione e per la guerra in corso, non vede altra scelta per lei che darlo in adozione, rinunciando completamente ai propri diritti di genitore su di lui. 

 Risponde all’annuncio la famiglia Sharp; un giorno di dicembre, il piccolo viene consegnato ai genitori adottivi nella stazione ferroviaria della città di Reading (e anche il nome della città, ve lo assicuro, è realtà).

 Al bambino viene dato nome Dave. 

 A 14 anni, Dave scopre di essere stato adottato. Otto anni più tardi muore la madre  adottiva (anche lei di nome Rose). Il ragazzo comincia a rivolgere al padre adottivo Pierce domande rispetto alla sua famiglia di origine, ricavando l’informazione di essere stato preso in adozione “attraverso un giornale”. 

 

 Diversi anni più tardi, morto il padre adottivo, mentre sta riordinando la casa dei genitori, Dave ritrova il ritaglio di giornale del 1942 in cui riconosce l’annuncio in cui viene offerto in adozione dalla madre naturale. 

 È solo quando ha 60 anni, però, che decide di contattare il “Salvation army family tracing service” (Servizio dell’Esercito della Salvezza che recupera informazioni sulle famiglie). 

 Rintraccia così la madre naturale, che è affetta da Alzheimer e non è in grado di rispondere alle sue domande. Una sorella della madre, però , visto anche lo stato in cui si trova la signora Rose,  gli racconta la storia d’amore tra sua madre e David McEwan, un ufficiale dell’esercito scozzese, e della sua disperata decisione di ricorrere all’adozione. 

 La zia gli rivela anche il seguito: il marito di Rose è morto sul fronte di guerra in Normandia, consentendole così di sposare David McEwan, padre naturale di Dave.

 Sei anni più tardi, a Rose e David nasce un altro figlio, a cui viene dato nome Ian.

 

 Perché scrivere fa bene

  Cominciate a capire? È la storia dello scrittore Ian McEwan. Nel 2007, fu lui stesso a raccontarla ai giornali, dopo essere stato contattato da Dave. 

 Nel 2008, viene pubblicato il libro Complete surrender, in cui Dave Sharp, aiutato da Ian, racconta l’intera vicenda.

 

 Ho ricostruito questa affascinante vicenda per parlarvi di un aspetto dello scrivere, forse il più interessante da un punto di vista psicologico. In altri articoli, ho affrontato il tema del complesso rapporto fra uno scrittore e i suoi personaggi.

 

 Oggi invece vorrei soffermarmi su un punto, stimolata dalla storia (vera) di Ian Mc Ewan, scrittore molto prolifico, nei cui romanzi (soprattutto quelli scritti prima del 2007) ho sempre percepito una grande “urgenza” narrativa, e una raffinata capacità di entrare nella mente dei personaggi e di  sondarne le emozioni e i conflitti. 

Penso che ricorderò per sempre, ad esempio, “Il giardino di cemento” o “La ballata di Adam Henry”.

 

Credo che alcune persone abbiano non solo la capacità di scrivere, ma il bisogno di farlo, perché la scrittura narrativa è per loro uno dei possibili strumenti di conoscenza.

 

In modo simile (ma più intenso e ricco qualitativamente) a quanto accade nella lettura, lo scrittore che inventa personaggi e situazioni scopre nuove parti di sé: lati ancora in penombra, non ancora esplorati.

 

Un altro aspetto dello scrivere

 

Se ripenso, però, alla vicenda di Ian e alla sua ricca produzione letteraria, rifletto anche su un altro aspetto dello scrivere.

 Le cose non dette “risuonano” nelle famiglie: dalle cose più piccole ai grandi segreti inconfessabili, dagli avvenimenti più piacevoli alle comunicazioni negative, ciò di cui non si parla esplicitamente può venire agito. 

 I bambini piccoli (come ben sanno gli psicoterapeuti che si occupano di prima infanzia) sono, in questo senso,  grandi recettori. I bambini (in particolar modo quelli inferiori ai sei anni) non utilizzano esclusivamente il linguaggio per comprendere o comunicare.

 Quante volte avete detto (e sentito dire) che “i bambini hanno le antenne radar”, in riferimento alla capacità infantile di cogliere da uno sguardo, una postura, il tono della voce quello che l’adulto non intendeva comunicare? I bambini, molto più degli adulti, colgono gli aspetti non verbali della comunicazione. 

 E le comunicazioni non verbali veicolano soprattutto gli aspetti emotivi e relazionali. Ad esempio, un certo gesticolare, una postura, possono rivelare lo stato ansioso di una persona, anche se sta parlando della propria serenità. Il modo di interagire fra due persone rivela molto spesso in che rapporti siano fra loro, anche se non sentiamo il loro discorso.

 Alcuni bambini mantengono questa sensibilità al non verbale (e quindi a cogliere emozioni e relazioni da gesti e postura) anche quando imparano a destreggiarsi con il linguaggio. 

 

Scrivere e le possibilità dell’immaginazione

 

Uno dei libri di Ian McEwan ha per titolo “L’inventore di sogni”, qualcuno di voi lo ricorderà, è un libro per l’infanzia. Racconta la storia di Peter Fortune, ragazzo considerato un po’ strano dagli adulti, perché molto distratto. Peter ha una grande immaginazione, e produce sogni ad occhi aperti.  Uno dopo l’altro, i suoi sogni lo aiuteranno ad affrontare le difficoltà della sua quotidianità e lo traghetteranno verso l’adolescenza.

 Credo che l’immaginazione, tradotta nella scrittura narrativa, abbia questa possibilità: apre una strada ad una possibile conoscenza autentica non solo di aspetti di sé non ancora esplorati, ma anche degli aspetti emotivi, affettivi e relazionali della realtà umana che ci circonda.

 

 Un caro ringraziamento, anche questa volta, a Paolo Mazzo per la fotografia.

 

 

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