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Una poesia… motivazionale!

Una poesia… motivazionale!

 

 

Una poesia… motivazionale!

 

Un nuovo anno, un nuovo inizio

L’inizio di ogni anno è spesso il periodo in cui, dopo una fine dell’anno frenetica e un più o meno lungo momento di pausa, si pensa a quello che si desidera per il nuovo anno. In senso lavorativo, ma anche in senso personale.

Il profumo degli inizi può solleticare, far venire voglia di voltare pagina, di provare strade nuove… Può anche capitare, però, di trovarsi senza energie e soprattutto di non riuscire a trovare una motivazione (nuova o antica) per dare benzina alle gambe e alla testa.

Può prevalere, allora, un senso di noia, di apatia. Il desiderio di non fare nulla.

 

Come si riparte?

Quando ripenso a questi stati, che tutti noi (chi più, chi meno) attraversiamo, mi torna in mente una poesia.

E’ una poesia molto nota: ITACA, di Constantinos Kavafis.

Itaca è l’isola natia (ricordate?), a cui Ulisse ritorna dopo la guerra di Troia e dopo un lungo, lunghissimo viaggio: circa vent’anni, narrati da Omero nell’Odissea.

Kavafis, però,non vuole parlare di questo.

Vuole parlare del viaggio, ma non di un viaggio di ritorno.

 

Ripartire significa anche riattivare le paure

Itaca viene utilizzata come la meta, l’obiettivo di una partenza. Come tutte le partenze, il viaggio verso l’isola può portare preoccupazioni, ansia, paura. L’ignoto spaventa.

E qui, il poeta racconta una prima, grande verità: ad avere paura (di incominciare, di muoverci) ci facciamo del male da soli. Spesso siamo i peggiori nemici di noi stessi: perché possiamo evitare i cattivi incontri durante il percorso, ma se ce li portiamo dietro rischiamo di non avere scampo.

Quindi, suggerisce Kavafis, disponiamoci al viaggio con fiducia, perché così eviteremo i cattivi incontri. Sembra paradossale, no?

 

Godersi il percorso

“Itaca” prosegue con una riflessione: durante il viaggio, impara: parla con le persone sapienti. E non solo: fai acquisti, divaga nel bello di ciò che il viaggio ti offre. Assapora profumi. Non avere fretta, augurati che il viaggio sia lungo. Ma, sempre, tieni a mente la tua meta. Divaga, ma riparti sempre.

Un altro paradosso, che ci conduce verso la conclusione della lirica.

Nei versi finali, il poeta “spiega” il suo pensiero, il suo messaggio.

 

Non si parte senza meta, ma…

E’importante avere una meta, degli obiettivi. Perché ciò ci motiva al viaggio. Senza meta, non partiamo, non andiamo da nessuna parte. Senza motivazione sopravviviamo, ma non viviamo in pienezza. Quindi avere obiettivi è importante, ma lo è altrettanto godersi il percorso. Crescere, maturare, evolversi. Perché nell’arrivare alla meta, potremmo trovarla diversa da come ce la aspettavamo. Se abbiamo goduto appieno del viaggio, però, ci saremo arricchiti nel percorso.

Penso spesso a questa poesia anche come metafora dell’esistenza, come ad un monito per vivere appieno la nostra vita: disponiamoci verso il futuro con fiducia, tenendo a bada la paura. E non pensiamo semplicemente all’obiettivo, al progetto, alla meta. Se ci godiamo il percorso, non perdiamo mai.

Godetevi questa poesia!

 

Itaca di Constantinos Kavafis

Quando ti metterai in viaggio per Itaca 
devi augurarti che la strada sia lunga, 
fertile in avventure e in esperienze. 
I Lestrigoni e i Ciclopi 
o la furia di Nettuno non temere, 
non sarà questo il genere di incontri 
se il pensiero resta alto e un sentimento 
fermo guida il tuo spirito e il tuo corpo. 
In Ciclopi e Lestrigoni, no certo, 
né nell’irato Nettuno incapperai 
se non li porti dentro 
se l’anima non te li mette contro.

Devi augurarti che la strada sia lunga. 
Che i mattini d’estate siano tanti 
quando nei porti – finalmente e con che gioia – 
toccherai terra tu per la prima volta: 
negli empori fenici indugia e acquista 
madreperle coralli ebano e ambre 
tutta merce fina, anche profumi 
penetranti d’ogni sorta;
più profumi inebrianti che puoi, 
va in molte città egizie 
impara una quantità di cose dai dotti

Sempre devi avere in mente Itaca – 
raggiungerla sia il pensiero costante. 
Soprattutto, non affrettare il viaggio; 
fa che duri a lungo, per anni, e che da vecchio 
metta piede sull’isola, tu, ricco 
dei tesori accumulati per strada 
senza aspettarti ricchezze da Itaca. 
Itaca ti ha dato il bel viaggio, 
senza di lei mai ti saresti messo 
in viaggio: che cos’altro ti aspetti?

E se la trovi povera, non per questo Itaca ti avrà deluso. 
Fatto ormai savio, con tutta la tua esperienza addosso 
già tu avrai capito ciò che Itaca vuole significare.

 

 

 

 

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Foto di Nina Uhlíková da Pexels

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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La realtà è un ostacolo per l’immaginazione?

 

 

 

La realtà è un ostacolo per l’immaginazione?

Una lettura del romanzo Lo stadio di Wimbledon di Daniele del Giudice

 

 

Leggere un romanzo per seguire un filo

Lo stadio di Wimbledon è il romanzo d’esordio di Daniele del Giudice, ed è stato pubblicato nel 1983.

Se ve ne parlo è per rintracciare fra le righe di questo romanzo la documentazione di un percorso nella scrittura narrativa, un percorso fra realtà e immaginazione.

 

La trama

In questo testo si racconta di quotidiani viaggi verso Trieste, in esplorazione di un personaggio realmente esistito (Roberto Bazlen, detto “Bobi”), che mai viene nominato dallo scrittore. Del Giudice immagina un percorso di ricerca delle sue tracce nella città dove è nato e cresciuto, e dove ancora vivono persone che l’hanno conosciuto. L’io narrante è incuriosito, in particolare, da un aspetto di Bobi che risuona dento di lui in modo (quasi) ossessivo: perché questa persona coltissima, che incoraggiava poeti e scrittori alla creatività letteraria e alla pubblicazione, non ha scritto nulla di suo?

In questo percorso, che non fornisce risposte ma piuttosto crea domande, in generale sulla scrittura narrativa e sul suo valore, Del Giudice fa vivere al suo protagonista particolari esperienze riguardo alle immagini, all’immaginare, alle fotografie.

 

Seguendo il filo

Nelle primissime pagine del testo, lo scrittore colloca il suo personaggio in prossimità di un incontro con una anziana poetessa. L’io narrante si è fatto un’idea (un’immagine?) sulla persona tramite una descrizione di un commento fatto su di lei in gioventù. Sta per entrare nel cronicario dove è ricoverata, e sembra fare una pausa prima di entrare:

“Ho calcolato per l’ultima volta l’età della donna, e del resto è l’ultima volta che posso immaginarmela.”

Che cosa vuole dire lo scrittore? Che la realtà “uccide” l’immaginazione?

Andiamo avanti.

Un altro appuntamento programmato, questa volta si tratta di un uomo.  Si incontreranno in un caffè, quasi un ufficio per l’anziano signore che lo frequenta quotidianamente. Anche qui, prima di entrare nel locale, il protagonista fa una pausa.

“Proseguo fino ad una via più sopra; giro l’angolo, mi appoggio con le spalle al muro. Cerco di prendere più sole che posso. Non ho alcun pensiero, a parte la curiosità per l’uomo che vedrò fra poco, e per il modo in cui indubbiamente sarà diverso da come lo immagino.”

Quasi comico è un successivo incontro con “la signora dei sestanti”: la donna, in casa propria, ha una fotografia di Bazlen che vuole mostrare al protagonista, il quale sembra reagire come se gli avessero teso un agguato a tradimento:

“Lei mi è arrivata alle spalle, senza che la sentissi. Mi son voltato per complimentarmi dei sestanti. Non me l’aspettavo: ho la cornice d’argento quasi contro la giacca, e con dentro la fotografia”

 

 

Che cosa teme il protagonista? Perché tiene a distanza le immagini reali e fotografiche?

Dopo altre pagine, altri incontri ed altri esempi di “disperati tentativi” di allontanarsi dalle fotografie, il protagonista giunge al quartiere Wimbledon di  Londra, dove abita Ljuba Blumenthal, che ha vissuto accanto a Bazlen a lungo, soprattutto negli ultimi anni.

Ci avviamo verso la fine del libro, e si sente che “qualcosa è cambiato” nel rapporto fra realtà e immaginazione, fra fotografie e possibilità di immaginare.

“Mi fermo davanti alle polaroid di un’agenzia immobiliare, con villette del tutto uguali a quelle sulla strada. Immagino interni scuri (…)”

Le fotografie non sono più un ostacolo per l’immaginazione.

E neanche la realtà è opposta all’immaginario:

“C’è stato un momento – non molto lungo: sono entrato in casa, abbiamo detto le prime cose prendendo nota in silenzio dei particolari, per farci subito un’idea dell’altro – in cui tutto quello che avevo immaginato fino a un secondo prima si è semplicemente adeguato alla realtà, con l’abituale opportunismo della percezione.”

 

Un romanzo che documenta un percorso verso la scrittura narrativa

Mi piace pensare (immaginare) che questo libro racconti la storia di un percorso.

Un percorso che inizia con l’urgenza di alcune domande (Perché scrivere? E in che modo? Raccontare eventi, descrivere la realtà o seguire l’immaginazione?) e si snoda all’interno di una ricerca personale.

Quella a cui il protagonista approda è la possibilità di vedere come non  opposto all’immaginare. Si possono usare elementi di realtà, si possono osservare delle fotografie senza che ciò sia di ostacolo alla creatività. Anzi. Se tutto funziona, il rapporto fra realtà e immaginario, fra fotografia e immagine mentale si snoda in modo fluido e del tutto naturale.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Fra immagine ed immaginazione: storia di una poesia

Fra immagine ed immaginazione: storia di una poesia

Fra immagine ed immaginazione: storia di una poesia

Il poeta Montale e una fotografia che arriva da Trieste.

Un biglietto che parte da Trieste

E’ il 25 settembre 1928. Da Trieste parte una lettera, che contiene un breve saluto ed una fotografia.

In quegli anni, nella città mitteleuropea si registra un grande fermento culturale.

Il destinatario del biglietto è Eugenio Montale (Eusebius per gli amici triestini che frequentava in quegli anni), futuro premio Nobel per la letteratura.

L’autrice della fotografia è Margarete Frankl (per tutti, Gerti).

L’autore del biglietto è Roberto Bazlen (per tutti, Bobi).

Il biglietto è molto semplice, quasi telegrafico (“Gerti e Carlo: Bene. A Trieste, loro ospite, un’amica di Gerti, con delle gambe meravigliose. Falle una poesia. Si chiama Dora Markus) ma molto suggestivo per il poeta.

 

Un poeta, una fotografia

Eugenio Montale non conoscerà mai Dora Markus, forse di lei conoscerà poco più di ciò che appare in quella foto: un dettaglio fisico, una postura, il gesto di sollevare leggermente la gonna plissé. Da quei dettagli visivi, immaginando una donna, un’esperienza di vita, una personalità, Il poeta crea una poesia, come l’amico Bobi gli aveva suggerito.

Dora Markus è una delle più note liriche del poeta. Molti di voi ne avranno un ricordo, probabilmente legato all’ultimo anno delle superiori, forse all’esame di Maturità. E’ stata scritta in due tempi e pubblicata solo molti anni più tardi, in epoche diverse da quel 1928 triestino.

 

Si può essere “suggeritori” di scritti?

Penso invece che pochi fra voi conoscano Bobi Bazlen e il suo percorso esistenziale e professionale. E’ veramente curioso scoprire le sue tracce nel panorama intellettuale, letterario ed editoriale italiano (leggete, ad esempio, “Bobi Bazlen, sotto il segno di Mercurio” di Giulia de Savorgnani) e anche ricostruire i tratti del suo carattere che lo hanno reso interlocutore e “suggeritore” (motivatore, diremmo oggi?) di poeti e letterati.

 

Immagine e immaginazione: una relazione creativa

La storia della poesia “Dora Marcus” che vi sto raccontando mi permette di parlarvi del rapporto che c’è fra immagine e immaginazione.

Ingenuamente, si può credere che l’immaginazione sia libera, che nell’immaginare non siamo influenzati da nulla. Che basti dare sfogo alla fantasia per inventare qualcosa di nuovo e di condivisibile con altri.

Non è così: ognuno di noi, nella creazione di un disegno, di una poesia o di un racconto, del testo di una canzone utilizza il proprio personale capitale di immagini. La nostra psiche è infatti costituita dalla somma delle immagini mentali costruite con le esperienze e con le relazioni.

Le nostre immagini personali e la possibilità di utilizzarle

Alle volte, le immagini sono sepolte dentro di noi. Non riusciamo ad accedervi, perché i ricordi ad esse collegati ci disturbano emotivamente. Siamo ricchi, ma non riusciamo a spendere. Non è possibile utilizzare le immagini per creare qualcosa di nuovo. In quelle situazioni, possiamo sentirci bloccati.

Desideriamo immaginare con tutte le nostre forze, ma non ci riusciamo.

 

Il “blocco dello scrittore”

Agli artisti può capitare di non riuscire più a scrivere, a disegnare, a comporre, a creare: sono esperienze comuni, in alcuni casi fonte di grande angoscia per chi le sperimenta.

 E’ in quel momento, è in quelle situazioni che gli altri ci vengono in aiuto, se gli altri sanno come fare. L’immaginazione bloccata ha bisogno di elementi di realtà per riattivarsi, ha bisogno di nuove immagini.

La fotografia scattata da Gerti e il telegrafico biglietto di Bobi hanno aiutato Eusebius a creare. Ed ecco il risultato che tutti noi, oggi, possiamo apprezzare.

Dora Markus     

1

Fu dove il ponte di legno
mette a Porto Corsini sul mare alto
e rari uomini, quasi immoti, affondano
o salpano le reti. Con un segno
della mano additavi all’altra sponda
invisibile la tua patria vera.
Poi seguimmo il canale fino alla darsena
della città, lucida di fuliggine,
nella bassura dove s’affondava
una primavera inerte, senza memoria.

E qui dove un’antica vita
si screzia in una dolce
ansietà d’Oriente,
le tue parole iridavano come le scaglie
della triglia moribonda.

La tua irrequietudine mi fa pensare
agli uccelli di passo che urtano ai fari
nelle sere tempestose:
è una tempesta anche la tua dolcezza,
turbina e non appare,
e i suoi riposi sono anche più rari.
Non so come stremata tu resisti
in questo lago
d’indifferenza ch’è il tuo cuore; forse
ti salva un amuleto che tu tieni
vicino alla matita delle labbra,
al piumino, alla lima: un topo bianco,
d’avorio; e così esisti!

 2

Ormai nella tua Carinzia
di mirti fioriti e di stagni,
china sul bordo sorvegli
la carpa che timida abbocca
o segui sui tigli, tra gl’irti
pinnacoli le accensioni
del vespro e nell’acque un avvampo
di tende da scali e pensioni.

La sera che si protende
sull’umida conca non porta
col palpito dei motori
che gemiti d’oche e un interno
di nivee maioliche dice
allo specchio annerito che ti vide
diversa una storia di errori
imperturbati e la incide
dove la spugna non giunge.

La tua leggenda, Dora!
Ma è scritta già in quegli sguardi
di uomini che hanno fedine
altere e deboli in grandi
ritratti d’oro e ritorna
ad ogni accordo che esprime
l’armonica guasta nell’ora
che abbuia, sempre più tardi.

È scritta là. Il sempre verde
alloro per la cucina
resiste, la voce non muta,
Ravenna è lontana, distilla
veleno una fede feroce.
Che vuole da te? Non si cede
voce, leggenda o destino…
Ma è tardi, sempre più tardi.

Eugenio Montale

da “Le occasioni”, Einaudi Editore, 1939

Foto: Pubblico dominio, https://it.wikipedia.org/w/index.php?curid=7756524

 

 

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La vita accanto: intervista all’autrice

La vita accanto: intervista all’autrice

 La vita accanto: intervista all’autrice

 

Siete anche voi uno di quei lettori che, una volta terminato un libro che vi è molto piaciuto, continuate a rigirarvelo fra le mani, leggete ogni cosa compresi i ringraziamenti, la didascalia della foto di copertina e l’indice dei capitoli? A me capita spesso, fatico a separarmi fisicamente dai libri che ho molto amato, che mi hanno trasformato. Ho bisogno di tenermeli vicini per un po’. Alcuni di essi affollano il mio comodino e vi stazionano per anni. 

 

Uno di questi è La vita accanto di Mariapia Veladiano, che ho letto nel 2011, dopo che aveva vinto il Premio Calvino (il premio letterario dedicato agli scrittori esordienti) nell’edizione del 2010 ed era stato pubblicato dalla Giulio Einaudi Editore. 

 

La storia mi ha molto incuriosito. Ho immaginato più volte di poter incontrare l’autrice e di parlarci. Di lei sapevo che fino al 2010 non era una scrittrice di professione e del suo esordio “tardivo”.

 

Avevo il desiderio di esplorare come fosse arrivata alla scrittura narrativa, e da dove fosse nato quel romanzo, se si basasse su una storia vera oppure se fosse del tutto immaginaria. 

 

Quella vicenda della bambina che “nasce brutta” e che vive quasi reclusa in una grande casa vicino al fiume a Vicenza fino a che non va a scuola. Il padre medico, molto taciturno. La presenza muta della madre. Le lacrime di una tata affettuosa, le incursioni della zia Erminia, sorella gemella del padre. La scoperta della musica. 

 

Mi chiedevo se ci fossero (e quali fossero) degli elementi di realtà, quali invece gli aspetti di finzione.

 

L’ 8 dicembre 2018 la scrittrice – che nel frattempo aveva pubblicato altri testi – è venuta a Brescia, dove vivo, per una presentazione. Mi sono fatta avanti, le ho chiesto la possibilità di concedermi un’intervista. Mariapia ha accettato, e questa che vi riporto fedelmente è la trascrizione della nostra conversazione di quella serata.

 

Mariapia, come è arrivata alla scrittura narrativa?

Ho sempre scritto, fin da giovanissima, anche per motivi di studio (Mariapia Veladiano è laureata in Filosofia e in Teologia). Per lunghi anni ho praticato quella che chiamo “scrittura di servizio”, come collaboratrice della rivista Il Regno. Parallelamente, coltivavo una scrittura privata, narrativa: racconti, favole per bambini. Non avevo, però, mai pensato a una pubblicazione di questi testi, fino a quando, a cinquant’anni, ho preso due decisioni esistenziali: ho deciso di partecipare al concorso direttivo (Mariapia ora è dirigente scolastica) e ho inviato un romanzo al Premio Calvino.  

La vita accanto – vincitore Premio Calvino 2010, finalista Premio Strega 2011 – ha cambiato la mia vita, l’ha trasformata.

 

Come è nato “La vita accanto”?

È nato dall’incipit. Avevo in mente le prime frasi del romanzo, che sono poi rimaste tali e quali nel testo pubblicato. L’idea di partenza era un pensiero, il punto di vista di una donna brutta, di una bambina che nasce brutta. 

 

La vita accanto è ambientato in una zona della città di Vicenza. Luoghi che conosco, che esistono nella realtà: case, palazzi, giardini che ho sempre ammirato dall’esterno, ma in cui non sono mai entrata. 

 

Ecco, devo dire questo: nello scrivere il testo, ho sempre avuto un’immagine molto nitida dell’interno della casa in cui immaginavo si svolgesse la vita della protagonista, Rebecca, e dei suoi familiari. Così come, molto chiara, ho l’immagine dell’interno della casa della signora de Lellis, dove Rebecca trascorre molti dei suoi pomeriggi. Vedo proprio tutto, nel dettaglio: la disposizione delle stanze, l’arredamento, le scale interne, le ampie finestre, il colore con cui sono tinteggiate le pareti. 

 

A una delle presentazioni del libro, una lettrice mi chiese se, per il personaggio della signora de Lellis, mi fossi ispirata ad una persona realmente esistita, che era solita camminare da sola per le strade della città di Vicenza con passo elegante, e sempre vestita di bianco. Beh, mentre scrivevo il romanzo non ricordavo nulla, ma dopo che mi è sato detto, ho recuperato il mio ricordo personale: effettivamente, anch’io avevo memoria di quella persona.

 

Che rapporto ha con i personaggi dei suoi romanzi?

I personaggi di cui racconto le vicende spesso mi accompagnano nella quotidianità. Mi spiego: quando immagino un personaggio, e ne scrivo la storia, è come se me lo sentissi sempre vicino, appoggiato a una delle mie spalle. 

 

È una sensazione che non avverto subito, quando inizio a scrivere, ma successivamente, quando entro nel vivo della narrazione. In quella fase, spesso nella vita quotidiana mi vengono in mente parole che un dato personaggio potrebbe pronunciare, pensieri che potrebbe avere; se non ho la possibilità di registrare subito, non ricordo poi queste intuizioni.

 

Alle volte, un personaggio si modifica nel corso della stesura del romanzo. Un po’ come se avessere, una volta inventato, una vita propria.

 

Ne La vita accanto, ad esempio, il personaggio della zia Erminia è cambiato in corso d’opera, diventando una figura più ambigua, più manipolatrice. I miei pensieri iniziali riguardo alla sua figura non erano così cattivi: è come se il personaggio avesse “fatto da sé”, se avesse preso una strada autonoma rispetto alla mia idea.

 

Il ricordo che ho di quella sera, oltre alla piacevolezza dell’incontro, è di un senso di illuminazione. È come se la breve conversazione avesse puntato una lampada sulla mia mente. In quel periodo, stavo raccogliendo del materiale per un progetto di saggio in psicologia della scrittura narrativa. Laura (la protagonista di Se guardo il mondo da un oblò), però, esisteva già. Mi stava già accanto. Era presente nelle mie giornate, aveva una sua esistenza autonoma.

 

Mi obbligava a guardare le sue stranezze, a seguirla nelle sue uscite, ad accompagnarla negli incontri che stava facendo e che la stavano trasformando.

 

Anch’io, come Laura, in quel periodo ho fatto degli incontri. Alcuni piacevoli e interessanti, come quello che vi ho descritto oggi. Altri più noiosi. Altri inutili. Altri, decisamente fastidiosi. 

 

Alla fine di quell’anno, però, mi sono detta che ci volevo provare. 

La storia di Laura doveva vedere la luce, intendevo raccontarla e provare a pubblicarla.

 

Perchè i nostri sogni ci aspettano. Ci danno del tempo, sono pazienti. Continuano, però,  a ricordarci della loro esistenza. E, se riusciamo ad ascoltarli, alla fine ci orientano, ci fanno da bussola e ci indicano quali occasioni possiamo raccogliere per realizzarli.

 

Per me è stato così. Spero che, per ciascuno di voi e per i vostri sogni, possa succedere la stessa cosa. 

 

 

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Quand’è che ho cominciato a guardare il mondo da un oblò

Quand’è che ho cominciato a guardare il mondo da un oblò

 

 

 

 

Quand’è che ho cominciato a guardare il mondo da un oblò

 E perché vi consiglio di affacciarvi al mio blog (e al mio romanzo)

 

 Questa è la storia di come è nato il mio romanzo “Se guardo il mondo da un oblò“. 

 Tutto inizia quando ho deciso di scrivere… un saggio. Per la precisione, un approfondimento di psicologia sul tema della narrazione. La ricerca è stata lunga: ho iniziato con articoli e testi scientifici. Poi sono passata a spulciare le prefazioni dei romanzi che avevo a casa, in cui spesso gli autori “confidano” ai lettori come sono nati i loro personaggi. Ho anche contattato alcuni scrittori per un’intervista, incuriosita dalla scrittura come esperienza psicologica. Ho preparato un accurato indice degli argomenti, ho iniziato la stesura dei primi capitoli. E lì, mi sono arenata. La curiosità iniziale era svanita ed erano subentrati noia, fatica, scarsa motivazione a proseguire.

 E poi, è arrivata Laura, quella che sarebbe diventata la protagonista di “Se guardo il mondo da un oblò”. Ma ancora non lo sapevo. 

 Lei ha iniziato a “mostrarmi” una serie di situazioni, il suo vissuto. Era strana, faceva cose insolite. Si auto-isolava (precedendo tutti noi, dato che la pandemia era ancora lontana dalle nostre vite!), selezionava in modo accurato i suoi contatti sociali. Teneva le distanze, teneva a distanza. E non era molto felice.

 Ho capito che potevo darle ascolto, che dovevo darle una possibilità, anche se non sapevo, esattamente, dove questa possibile esperienza mi avrebbe portato. Molti scrittori dicono che i loro personaggi arrivano senza preavviso, ma non avrei mai pensato accadesse a me: non avevo frequentato corsi di scrittura creativa e, prima di allora, non avevo mai pensato di scrivere un romanzo o un racconto.

 Laura mi accompagnava nelle mie giornate, qualche volta mi sussurrava qualcosa all’orecchio. Le ho dato una professione, e un modo di esercitarla che le si addicesse. Un’amica, un fidanzato, dei genitori. Mi ha raccontato le sue giornate, le sue attività, le sue paure, le sue preferenze, le sue ossessioni, le sue tristezze (come può capitare in una seduta psicologica ma soprattutto come accade quando ci si fida – e affida – a qualcuno). I suoi incontri e i suoi non-incontri. Ho cominciato anch’io, come Laura, a guardare il mondo da un oblò. Ad adottare il suo punto di vista. La protagonista usa la fotografia come un filtro attraverso cui approccia la realtà: io usavo Laura, il suo modo di essere, il suo funzionamento mentale per decodificare le immagini che via via mi arrivavano e in cui la vedevo protagonista. 

 

Entrando in contatto empatico con il modo di essere di Laura, cercavo di dare significato a questi e ad altri quesiti.

 

Un paio di anni fa, la storia era a buon punto. C’era la protagonista, gli altri personaggi, uno svolgimento e una conclusione. Eppure, sentivo che mancava qualcosa. Mi mancavano delle immagini: pensavo, con insistenza, che il racconto per sentirsi completo avesse necessità di essere corredato di immagini fotografiche. In quel periodo, ho chiesto al fotografo Paolo Mazzo di iniziare una collaborazione. Con molta generosità (e, devo dire, anche coraggio!) ha accettato di iniziare un percorso di lavoro insieme. Paolo è un fotografo che ama l’architettura e i grandi spazi esterni: in questa esperienza ha accettato di avventurarsi nella mente di Laura, che intende la fotografia in modo molto diverso da lui, prestandole immagini utili a rappresentare il suo stato d’animo che mutava con il progredire della narrazione. La sua collaborazione è stata preziosa anche per l’organizzazione grafica delle pagine, per revisionare l’intero testo e per predisporne l’involucro: la copertina e il suo retro.

 Quello che ne è nato è sotto i vostri occhi, pronto per essere letto e guardato.

Ora che la storia di Laura è stata pubblicata e può essere letta, sono molto grata di questo percorso, di questa avventura: costruire un personaggio, confezionarle intorno una narrazione, e seguirlo nelle sue evoluzioni. Un’esperienza preziosa, anche se sicuramente non facile né immediata. La generazione di un personaggio e della sua storia (come tutte le nascite!) prevede una serie di passaggi. Alcuni di questi sono particolarmente impegnativi e possono causare sofferenza. Così come, quando nasce un figlio, i suoi genitori devono mettere a confronto il bambino che si sono immaginati durante la gestazione con quello reale, anche chi crea un personaggio e una storia deve fare i conti con la realtà di quello che ha creato. 

Qualche volta ciò che si è inventato non piace. O inquieta. O fa arrabbiare. 

Perché i personaggi hanno una loro vita autonoma e un loro preciso carattere. 

Altre volte, chi scrive pensa di avere creato un capolavoro. E non accetta di mettere in discussione questa idea, così come certi genitori sono convinti che il proprio figlio è sempre e comunque la persona migliore del mondo.

La narrazione immaginaria mette a contatto con emozioni molto intense, a volte difficili da gestire. Non sempre ci sono le risorse psicologiche per poter tollerare, contenere, rielaborare ciò che via via si sperimenta.

 Da lettori, invece, assistiamo al processo della narrazione creativa da una posizione privilegiata: stando alla finestra. Leggendo – e identificandosi con il protagonista e con gli altri personaggi – possiamo seguire il percorso di un soggetto stando a dovuta distanza, senza doversi immergere nel “bagno di sangue” emotivo della scrittura creativa. 

Se è vero (ed io credo di sì) che scrivere può arricchire perché consente una dilatazione del Sé, tramite l’opportunità di dare spazio ad angoli della personalità non ancora esplorati e di amplificarli, leggere permette di moltiplicare le proprie esperienze di vita.

Come diceva Umberto Eco:

Chi non legge a 70 anni avrà vissuto una sola vita: la propria. Chi legge avrà vissuto cinquemila anni: c’era quando Caino uccise Abele, quando Renzo sposò Lucia, quando Leopardi ammirava l’infinito. Perché la lettura è un’immortalità all’indietro.

 

Per questo oggi vi faccio una proposta: affacciatevi all’oblò. Guardate quello che nasce, che cambia, cresce e matura in questo romanzo. Sarà come vivere, oltre alla vostra, un’altra vita.

Un ringraziamento a Paolo Mazzo per la foto!

 

 

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Goliarda e Modesta

Goliarda e Modesta

Goliarda & Modesta

Storia di una scrittrice e del suo personaggio

I suoi biografi scrivono che, quando le si chiedeva che relazione ci fosse fra lei e la protagonista de L’arte della Gioia, Goliarda Sapienza rispondeva in questi termini:

 

“Modesta non sono io. Lei è migliore di me”

 

Chiunque abbia la curiosità di addentrarsi nel resoconto dell’esistenza della scrittrice catanese rimane colpito dalla sua multiformità. Goliarda sembra aver vissuto molte, molte vite. 

Anzitutto, quel nome. Che sembra uno pseudonimo, ed invece è realtà. Il nome Goliarda rievoca quello di fratelli e fratellastri che l’hanno preceduta sulla terra e che non sono sopravvissuti.

Nasce nel 1924, da una madre quarantaquattrenne, in un gruppo familiare numeroso e variegato. L’infanzia in Sicilia. Il concorso per l’Accademia di Arte Drammatica a 17 anni, il trasferimento a Roma con la madre quando sta scoppiando la guerra. La partecipazione attiva alla Resistenza.

Il legame con il regista Citto Maselli, molto più giovane di lei. La madre si ammala, forse di Alzheimer, e muore in una clinica per malattie mentali alcuni anni dopo, quando Goliarda ha 28 anni.  In parallelo, la vita da attrice di teatro, e poi cinematografica. Un po’ di soldi, la villa ai Parioli. Il bisogno di scrivere, quasi l’ossessione a farlo.

Un primo scritto autobiografico, Lettera Aperta, nel 1967. Un tentativo di suicidio assumendo farmaci. La psicoterapia domiciliare con Ignazio Majore, da lei raccontata nella sua seconda pubblicazione, nel 1969, Il filo di mezzogiorno. La separazione affettiva da Citto. Un secondo tentativo di suicidio.

 

In questo marasma di eventi, passioni, dolori, sofferenze e perdite nasce Modesta. Goliarda inizia una scrittura non più autobiografica, ma immaginaria. Costruisce una protagonista che fin da bambina, a dispetto del nome, non si fa scrupoli di nessun genere a perseguire le proprie ambizioni, e a soddisfare le proprie curiosità, anche correndo dei rischi.

Modesta è precocemente abile nel comprendere come sfruttare le situazioni in cui le capita di vivere, per elevare la propria condizione sociale. Modesta è molto passionale, e prende quello che può avere, ciò che la sua esistenza le offre. Porta avanti, tenacemente, la possibilità di vivere felice, di vivere con gioia.

 

Goliarda Sapienza si dedica alla scrittura del suo romanzo per poco meno di un decennio, riducendosi quasi in povertà per farlo. L’Arte della gioia è corposo (600, 700 pagine), potente per tematiche, molto libero per l’epoca. Goliarda cerca di pubblicarlo. Incontra, però, molte difficoltà.

L’arte della gioia, in versione integrale, verrà pubblicato in Italia solo molti anni dopo la morte della scrittrice, avvenuta improvvisamente, in solitudine, nella sua casa di Gaeta. Goliarda non c’è più. Modesta, la tenace, le è sopravvissuta.

 

Modesta, però, ha tenuto in vita Goliarda. Da quando, vent’anni fa, L’arte della gioia è apparsa sulle scene editoriali (con modalità molto curiose), Goliarda Sapienza, la sua esistenza e la sua opera sono state studiate ed approfondite. Sono stati via via pubblicati i suoi inediti. Da anni, il passaparola dei lettori parla di questo libro. Goliarda vive.

I biografi raccontano che fra le vie di Gaeta, quando si è sparsa la notizia della scomparsa della scrittrice, è stata affissa una poesia (sì, Goliarda è stata anche poetessa).

 

Non sapevo che il buio

non è nero

che il giorno

non è bianco

Che la luce acceca

E il fermarsi è correre

Ancora

Di più

 

Le vedete, Goliarda & Modesta correre sulla spiaggia di Gaeta?

 

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